Per colpa di un accento
un tale di Santhià
credeva d’essere alla meta
ed era appena a metà.
Per analogo errore
un contadino a Rho
tentava invano di cogliere
le pere da un però.
Non parliamo del dolore
di un signore di Corfù
quando, senza più accento,
il suo cucu non cantò più.
(Gianni Rodari, Il libro degli errori)
La lingua italiana rende la vita abbastanza semplice nel trattare gli accenti. Gli unici che si segnano sono gli accenti grafici, mentre gli accenti tonici (quelli che danno la giusta intonazione alle parole) sono solitamente impliciti, a parte casi particolari in cui sia necessario evitare ambiguità. È sempre obbligatorio accentare le parole tronche che finiscono per vocale (es. gravità, omertà, libertà, cioè).
Gli accenti possono essere acuti oppure gravi. Le vocali a, i, o, u hanno sempre l’accento grave (à, ì, ò, ù), mentre la e può avere l’accento grave (è) se il suono è aperto oppure quello acuto (é) se il suono è chiuso.
La e richiede l’accento grave quando è la terza persona singolare del verbo essere (è, inoltre fare attenzione alla maiuscola a inizio periodo, che deve essere È, mai E’); nelle interiezioni ahimè, ohimè; nelle parole di origine straniera ormai italianizzate bebè, bignè, caffè, gilè, purè, tè, ecc.; nei nomi propri di persona come Averroè, Giosuè, Mosè, Noè.
La e richiede l’accento acuto quando si scrivono tutti i composti di che: affinché, alcunché, benché, dopodiché, perché, poiché, ecc.; nelle parole francesi e spagnole che non hanno cambiato grafia come autodafé, coupé, défilé, équipe, marron glacé, osé; nelle voci verbali tronche al passato remoto (es. poté); nei monosillabi re e tre quando questi sono parte di una parola composta (trentatré, viceré); nelle parole sé (pronome di terza persona: non esiste una regola che dica di non accentare sé stesso, mentre a sé stante va sempre accentato) e né (congiunzione: né carne né pesce).
Accentare i monosillabi. Di regola i monosillabi con una sola vocale non vanno accentati (d’altronde non potrebbero esserci ambiguità sulla giusta intonazione) mentre si accentano quelli con due vocali: già, giù, può, ecc. (non si accentano mai qui e qua, nelle quali la u ha solo la funzione di reggere la q). I monosillabi con una sola vocale si accentano quando entrano a far parte di parole composte: gialloblù, strafà, viceré, ventitré.
In realtà i monosillabi accentati sono numerosi perché l’accento grafico serve a distinguere significati diversi di parole uguali: dà (voce del verbo dare) da (preposizione); là (avverbio di luogo) la (articolo o pronome); lì (avverbio di luogo) li (pronome); né (congiunzione) ne (avverbio o pronome); sé (pronome di terza persona) se (congiunzione o pronome atono); sì (affermazione) si (pronome).
Evitare le ambiguità. Abbiamo detto che gli accenti tonici sono solitamente impliciti (e si possono trovare in ogni buon dizionario), ma in alcuni, limitati casi è opportuno segnarli. Vediamo alcuni esempi: àncora (sostantivo) ancòra (avverbio); prìncipi (riferito a persone di sangue blu) princìpi (valori, idee fondamentali); subìto (voce del verbo subire) sùbito (avverbio o aggettivo).
La tendenza di molte case editrici è di non segnare affatto gli accenti tonici, perché spesso il contesto è di per sé sufficiente a capire il significato della parola e limitarsi ai soli casi veramente ambigui (es. I princìpi che animarono i prìncipi nel prendere le decisioni più importanti. Bisogna dire che in un caso come questo si potrebbe sostituire il primo princìpi con un sinonimo equivalente).
Casi particolari. Le parole straniere inserite in un testo italiano (e perciò di norma scritte in corsivo) vanno scritte con gli accenti originali, ponendo particolare attenzione alla differenza tra accenti gravi e acuti. L’accento circonflesso è ormai caduto in disuso in italiano (perciò si scriverà vari e non varî, princìpi e non principî) ma bisogna fare attenzione alle parole francesi che lo richiedono (es. crêpe).

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Come mai questa lezione sugli accenti? Per qualche motivo in particolare? Ti sei stufato di correggerne a bizzeffe?
Io mi stupisco sempre quando li vedo usare con regole tutte loro da grandi nomi e accademici… per non parlare dei qual è, qual era con apostrofi che non dovrebbero avere… uh, i brividi…
Commento di Denise — 15 Maggio 2009 @ 8:06 am |
Ho un sacco di materiale sparso, proveniente da letture, corsi, revisioni di testi, rompicapi. Stavo cercando di riordinarlo e renderlo di facile consultazione per me. Mentre c’ero ho pensato di pubblicarlo. I dubbi sugli accenti sono molti (ne ho ricevuto conferma dalle chiavi di ricerca con cui i visitatori arrivano sul blog…). Hai ragione, a volte sono proprio i grandi nomi a fare gli errori più assurdi, a impuntarsi a scrivere é al posto di è per tutto un saggio, ecc. Che poi sai cos’è secondo me? basterebbe una piccola dose di umiltà. Aprire un dizionario. Sfogliare una grammatica. Leggere un libro ogni tanto. Ma forse quest’ultima cosa è chiedere troppo.
A.
Commento di alessandro — 15 Maggio 2009 @ 9:26 am |
Questa lezione sugli accenti è preziosa, dal momento che sempre più spesso (in televisione, coi titoli e sottotitoli dei telegiornali, e – cosa più preoccupante – nei libri pubblicati da editori non certo minori) si vedono usati accenti acuti dove invece sarebbero da usare quelli gravi. Per esempio: “Non ci sono piú [sic!] case, né viti, solo pietre [...]” (J. Saramago, Viaggio in Portogallo, p. 87 dell’edizione tascabile). Oppure: “Mentre, infatti, mi offriva la bocca priva cosí [sic!] di slancio come di abbandono [...]” (A. Moravia, La noia, p. 106 dell’edizione tascabile). La questione mi sorprende per due motivi: (1) si tratta di un errore grossolano; (2) sulla tastiera comunemente usata per la scrittura italiana le vocali “a”, “i”, “o”, “u” riportano, nella forma accentata, l’accento grave, mentre per riprodurre quello acuto bisogna eseguire un’operazione relativamente più complessa. Viene perciò [o perció?] il dubbio di essere in presenza di un errore riprodotto con diabolica perseveranza, a meno che non si tratti di un esperimento dei correttori di bozze per verificare il grado di attenzione dei lettori.
Commento di Alessandro Prandoni — 26 Maggio 2009 @ 11:02 am |
@Alessandro: grazie per l’apprezzamento. Riguardo i tuoi esempi però mi sorge un dubbio. Penso che il libro di Saramago sia un ET (einaudi tascabile), no? Forse pure quello di Moravia? Perché, non so il motivo, ma Einaudi effettivamente utilizza gli accenti acuti su i e u. Non definerei questi usi “errori” ma semplici convenzioni di tipo diverso dalla stragrande maggioranza dei testi. Alla fine conta l’uniformità, no?
Commento di alessandro — 26 Maggio 2009 @ 4:55 pm |
In effetti si tratta di Einaudi nel primo caso (mentre il secondo è Bompiani). Sono d’accordo sul concetto di uniformità nella misura in cui significa applicazione coerente di certe norme redazionali; non sono però dell’idea che il concetto di coerenza (ovvero uniformità) possa giustificare l’applicazione di una norma errata o inesatta: se le regole grammaticali prescrivono che in determinati casi si debba usare l’accento grave, il fatto che in suo luogo si usi quello acuto non rende meno inesatta l’applicazione quando se ne faccia un uso ripetuto e costante. In questi casi, anzi, si eleva a regola un errore (il che mi sembra piuttosto grave). Non ho trovato nei dizionari (Garzanti e Zanichelli, per esempio) alcuna deroga alla regola degli accenti gravi nei casi sopra ricordati. Si legga inoltre quanto segue: “Nei casi in cui è richiesta l’indicazione dell’accento grafico, le vocali ‘a’, ‘i’, ‘u’ hanno sempre e solo l’accento grave: ‘città’, ‘finì’, ‘virtù’; è indicata dall’accento grave anche la ‘o’ aperta (‘andrò’, ‘parlò’, ‘però’) [...]” (G. Patota, Grammatica di riferimento dell’italiano contemporaneo, Garzanti, p. 20). Dunque, per quale principio presso alcuni editori si trovano applicate regole non condivise?
Commento di Alessandro Prandoni — 26 Maggio 2009 @ 5:30 pm |
In effetti anche a me questa cosa un po’ stranisce. Ma che ti devo dire? Non me la sento proprio di considerare un errore un uso consolidato fatto da una delle più importanti CE italiane (Einaudi). Certo è che se dovessi scegliere io una serie di norme editoriali non indicherei l’uso dell’accento acuto su “u” e “i”. Va detto però che queste due vocali hanno una sola pronuncia e perciò l’accento perde la sua funzione di distinguere la pronuncia chiusa da quella aperta. Non so comunque perché Einaudi abbia scelto così, ma posso supporre che sia una scelta più che altro grafica (l’effetto di tutti gli accenti “sbagliati” dà un movimento particolare alla pagina). Detto questo… appena mi assumono all’Einaudi mi informo e ti faccio sapere…
P.S. Dopo tutto questo sproloquio mi pare risolutivo un articolo su treccani.it: http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/domande_e_risposte/grammatica/grammatica_067.html
Commento di alessandro — 26 Maggio 2009 @ 7:24 pm |
L’articolo su Treccani è utile, anche se in parte ambiguo. Prendiamo l’affermazione secondo cui “esistono, nel campo della produzione libraria, case editrici che preferiscono un sistema accentuativo che prevede l’accento acuto per tutte le vocali chiuse (í é ú ó) e l’accento grave per tutte le aperte (à è ò)”. A questa affermazione possiamo obiettare che, secondo lo stesso articolo, l’accento deve essere “sempre grave nei tre casi in cui non si distingue tra diversi gradi di apertura (à ì ù) e acuto o grave a seconda che si vogliano indicare ‘e’ e ‘o’ chiuse o aperte”. Dunque per le vocali “a”, “i” e “u” (per le quali il suono non cambia) sembra non esserci dubbio sul fatto che si debba usare l’accento grave (e di conseguenza risulta improprio l’uso di “ú” in “Non ci sono piú [sic!] case, né viti, solo pietre [...]” di Saramago: si veda il mio primo commento in questa discussione). Quanto alla vocale “o”, che pure distingue una pronuncia chiusa (ó) e una aperta (ò) a seconda dei casi, si deve rilevare che la lingua italiana non prevede parole tronche con “o” chiusa, con la conseguenza che anche per questa vocale si dovrà usare l’accento grave.
PS: La possibilità che si tratti di una scelta grafica apre uno scenario inquietante: passi che il lavoro di redattore e/o correttore di bozze è scarsamente stimato, ma subordinare una regola grammatica ai vezzi di un grafico mi pare troppo (non solo per il redattore di turno, ma anche per la povera lingua italiana!).
Commento di Alessandro Prandoni — 27 Maggio 2009 @ 2:34 pm |
Ringrazio per queste chiare lezioni. Spesso mi è stato chiesto di leggere delle bozze e fornire un parere generale. Mi sono sempre trovata in imbarazzo perché consapevole di potermi esprimere esclusivamente sul contenuto e non sulla forma e grammatica. Cerco sempre di migliorarmi e penso che questo sito possa darmi un aiuto. (Inserito fra Preferiti)
Commento di Giorgia — 20 Giugno 2009 @ 4:18 pm |
Ciao.
Sono un’intrusa e mi scuso subito per essermi “intrufolata” nel blog, ma sono capitata qui per caso e ci tenevo a dirti che fai un lavoro interessantissimo! Avere a che fare con l’ITALIANO è interessantissimo, coi libri, con le persone… ed anche il blog è ben fatto ed interessante. Ho visitato anche il tuo sito, bello!
Insomma, il mio commento non centra nulla, ma ci tenevo a farti i complimenti! In questa Italia dove anche i laureati riescono a sbagliare verbi, accenti, congiuntivi… è bello leggere che c’è anche chi di lavoro l’italiano lo rende “dritto”.
Grazie!
Commento di Vanessa — 12 Luglio 2009 @ 10:56 pm |
una sezione utilissima. è da poco che curo l’editing di testi e trovo questa pagina – come gran parte del blog che curi – decisamente interessante. quindi… i miei complimenti!
Commento di Paolo Giordano — 29 Settembre 2009 @ 2:29 pm |
sei un genio!
Commento di alessandro — 29 Settembre 2009 @ 3:54 pm |