R e d a t t o r i s i d i v e n t a (?)

8 novembre 2008

evocare non è spiegare

Filed under: libri — alessandro @ 3:07 pm
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dungeon, da andrealeev su Flickr.com

dungeon, da andrealeev su Flickr.com

La prima volta che ho incontrato Edward Bunker è stato quasi per caso, grazie alla foto che occhieggiava dalla copertina di uno dei suoi libri in una grande libreria. Era Educazione di una canaglia, e solo più tardi ho scoperto la fama che circondava l’affermato scrittore, attore e sceneggiatore cinematografico. Devo dire che Bunker è diventato in fretta uno degli scrittori che leggo più volentieri.

Forse è grazie al suo stile asciutto e ruvido, oppure è il fascino di ciò che racconta a tenermi incollato alle pagine di molti dei suoi libri che, a ben vedere, sono diversi schizzi di uno stesso paesaggio dell’umanità che si agita nel sottosuolo. È forse fin troppo evidente che sia stata la sua biografia ad armarne la penna; egli stesso, in un’intervista pubblicata sull’Unità qualche anno fa, ebbe a dire: «Per anni non ho fatto che rubare. Avessi avuto soldi, non sarei diventato un criminale. Ma probabilmente non sarei neppure diventato uno scrittore».

In questi giorni sto leggendo Little boy blue, traduzione di Emanuela Turchetti, storia del giovanissimo Alex Hammond, bambino «difficile» e decisamente sfortunato, formato da una lunga serie di sventure e soggiorni forzati in una lunga serie di istituzioni totali. Appena poche pagine e non ho potuto non provare simpatia per questo ribelle imberbe.

Senza indulgenze né giudizi morali, Bunker tratteggia con maestria i gironi infernali attraversati da Alex. Bastano poche parole, brevi tratteggi o un nomignolo per accendere nel lettore le immagini dei luoghi e dei personaggi, nelle loro movenze e tratti psicologici.

A pagina 185 facciamo conoscenza con Mr Whitehorn, capo servizio del manicomio di Pacific Colony: «un uomo di mezza età dai capelli grigio acciaio tagliati a spazzola». Sembra già di individuare i contorni del suo viso, squadrati e severi, gli occhi di ghiaccio, la voce stentorea che infatti di lì a poco darà il benvenuto ad Alex: «Sono io che comando, qui dentro. Abbiamo saputo un po’ di cose su di te: hai sparato a un uomo, poi hai scatenato il finimondo a Camarillo, poi sei scappato. Be’ questo non è Camarillo. […] Al primo guaio che ci pianti, ti sembrerà di essere finito nel bel mezzo di una tempesta di merda». Mr Whitehorn ha il ruolo di facile profeta, infatti dopo poco Alex incontrerà «il Picchiatore», la guardia sadica che lo massacrerà tanto ferocemente quanto gratuitamente. «Il Picchiatore», Mr Hunter, il cui «sguardo era mascherato dai vetri degli occhiali che riflettevano la luce livida», dal «cranio calvo che risplendeva sotto la luce, e la corona d’oro di un dente che luccicò quando l’uomo aprì la bocca in un sogghigno. Gli occhiali con la montatura dorata gli facevano gli occhi azzurri più grandi, tanto che sembravano usciti dalle orbite». Il guardiano non ride, bensì «nitrisce di piacere» godendo del terrore del bambino. Bunker non ha bisogno di occupare righe e righe con inutili descrizioni per farci precipitare nel clima greve di autorità e sadismo che ci aspetta nelle successive, agghiaccianti pagine.

Una lettura che consiglio (magari quando non siete già troppo depressi) e che fa apprezzare la semplicità, tanto più quando è così facile imbattersi in autori che fanno sfoggio della propria mancanza di talento pensando di essere nuovi Dostoevskij o Hugo.

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