R e d a t t o r i s i d i v e n t a (?)

12 luglio 2011

redattori si diventa?

serratura

"serratura" da massimiliano mauri su Flickr.com

Tutte le cose hanno una fine. Anche questo blog, dopo tre anni di vita e circa 20.000 contatti, si avvia alla fine della sua corsa. In realtà la fine era già evidente nei fatti, si poteva capire nella scarsità di aggiornamenti, ma mi piace l’idea di apporre un sigillo e non lasciare solo sedimentare la polvere.

Inoltre tre anni non sono pochi, anzi forse sono abbastanza per rispondere alla domanda che ha dato il titolo al blog: redattori si diventa? Il post che segue è un tentativo, incompleto, in questo senso. Il blog rimarrà comunque disponibile e casomai commentabile.

Il correttore di bozze non esiste più, però…

Lower Illinois Seccurity

"Lower Illinois Seccurity" da crowbert su Flickr.com

Il correttore di bozze non esiste più. È un’affermazione un po’ perentoria, me ne rendo conto, ma non lo dico solo (né principalmente) per la sempre più diffusa sciatteria delle pubblicazioni. Ciò che intendo è che il correttore non esiste più come elemento chimicamente puro, ma si trova un po’ di correttore all’interno di un miscuglio ben più complesso.

A volte mi è stato chiesto come si diventa correttore di bozze. Non lo so, io non ho cominciato così. Io ho cominciato scrivendo circa 300 testolini biografici per un’antologia di italiano, e in un secondo momento sono arrivate le bozze, i beta test per prodotti editoriali multimediali di matematica (!), le carte geografiche da controllare, le didascalie da scrivere, gli indici da redigere, le pubblicazioni da seguire dall’inizio alla fine, la redazione multimediale e chi sa che cos’altro.

Chi vuole intraprendere questa professione sappia che non si troverà a lavorare da solo e a fare solo una cosa, anzi lavorerà insieme a molte persone con molte professionalità diverse. E inoltre non solo i diplomati al classico e i laureati in lettere potranno fare questo lavoro: l’editoria scolastica, professionale e scientifica sono avide di altre competenze. Per me questa è stata una fortuna: con un diploma da tecnico chimico-biologico e una laurea in scienze politiche con indirizzo storico ho trovato opportunità forse più abbondanti e ramificate di quelle toccate in sorte a redattori molto più ferrati di me in letteratura o storia.

Formarsi è districarsi tra le offerte formative

Post-Katrina School Bus

"Post-Katrina School Bus" da laffy4k su Flickr.com

La formazione è uno scoglio ma al contempo è anche una necessità per affrontare questo mestiere. Forse tocca di più i colleghi traduttori, ma è una questione importante anche per un redattore. Spesso attraverso il blog mi sono state rivolte domande circa questo o quel corso per editor. Per un breve (ma significativo) lasso di tempo ho anche seguito, come referente del progetto e tutor per gli studenti, il corso di formazione di un’agenzia torinese.

Forse oggi sono in grado di sistematizzare alcuni pensieri: la formazione è indispensabile per aspirare a fare il redattore, la formazione da sola non basta, bisogna capire da chi e per che cosa farsi formare.
Quindi, se proprio dovete scegliere un corso valutate questi elementi: classi piccole con tanti laboratori e un programma il più possibile sfaccettato e rivolto al futuro dei mezzi di pubblicazione (fidatevi, il correttore di bozze puro e semplice non esiste più e i corsi che propongono di formarsi come tale sono, diciamo così, un “incauto acquisto”); i corsi in cui insegnano professionisti del settore secondo me sono più utili di un corso con due/tre docenti, per quanto ottimi, di una piccola casa editrice; questo perché costruirsi una rete professionale ampia e diversificata conta per molti versi più del curriculum.

Ecco invece un corso al quale io non mi iscriverei: qualche giorno fa un amico mi ha inviato il bando per alcune borse di studio per un master in Progettazione editoriale; un anno di corso full-time al costo di 8.900 euro. Anche ammettendo di vincere la borsa (che copre il 50% della retta) rimangono quasi 5.000 euro da pagare. Certo sono molti soldi, però il depliant ci informa che il corso «nasce dalla reale esigenza del mercato di incontrare figure professionali complete che operino nell’ambito editoriale». Nella migliore delle ipotesi chi ha scritto queste parole non conosce il mercato editoriale italiano e chi frequenterà il master impiegherà diversi anni per rientrare del capitale investito per formarsi.

Quindi, come formarsi (e continuare a formarsi) senza rimetterci troppi soldi e ampliando la propria rete di conoscenze?
L’autoformazione è la strada maestra. Leggere i libri che trattano dell’argomento, ma non solo. Bazzicare blog e forum e lasciarsi guidare dalla curiosità, soprattutto nel caso si vogliano imparare tecniche multimediali. Per quello che mi riguarda ho imparato molto del poco che so pasticciando con il codice html del mio sito, amministrando questo blog e provando a produrre in proprio un e-book.
Ma l’autoformazione non basta e qui mi viene in mente qualcosa di più simile a un desiderio che a un progetto: scambiare le conoscenze e le competenze tra noi colleghi, magari organizzando seminari in cui ciascuno può imparare e insegnare come cercare un’immagine, come rivedere una traduzione, come scrivere una didascalia, come fare un indice analitico col minore sforzo, come preparare un prodotto multimediale.

Quanto guadagna un editor?

Without money

"Without money" da Toban Black su Flickr.com

«Quanto guadagna un editor?» o, in alternativa, «Quanto devo farmi pagare per il lavoro x?» è un’altra delle domande più gettonate. Non so rispondere, ma posso provare a fornire qualche indicazione e soprattutto, se avete voglia di leggere, un diverso modo di ragionare.
Partiamo dal presupposto che qui non parlo di chi è assunto in una casa editrice. In questo blog abbiamo sempre parlato di chi lavora come libero professionista o di chi accumula collaborazioni più o meno continuative. Insomma parliamo di chi sta in bilico sul filo del precariato.

In rete sono presenti alcuni tariffari, ad esempio nel 2010 Francesca Santarelli, animatrice del blog Editor in Tropico, ha provato a stilarne uno (potete leggerlo qui e soprattutto potete leggere i commenti). Per chi fosse iscritto a Linkedin invece segnalo la discussione What’s a fair price to pay a freelance editor?  che offre una panoramica molto interessante circa il mestiere editoriale in giro per il mondo.

Comunque le cifre di cui stiamo parlando sono basse. Secondo alcuni troppo basse (1-2 euro a cartella per la correzione; 3-5 euro a cartella per editing più incisivo). Giudicare se sono troppo basse o ragionevoli spetta a ciascuno di noi, in base alle nostre esigenze, aspirazioni e progetti. Da parte mia non posso che sconsigliare chiunque dall’accettare lavori malpagati o ancora peggio a cadere nella rete dei lavori di prova (valutate bene la serietà di chi ve li propone). Fa male a chi li accetta ma fa male soprattutto a chi non li accetta, perché più esperto o per altri motivi. Accettando lavori malpagati non si fa altro che abbassare sempre di più il tiro, dando inizio a un inarrestabile deprezzamento delle competenze e della parte della nostra vita dedicata al lavoro.

Tempo fa Dario Banfi nel suo blog ha sviscerato la questione proponendo un modello che basa la costruzione del proprio tariffario su un raffronto con il costo dipendente (Costo orario e consulenza). Purtroppo questo è un modello debole sotto molti aspetti, perché le differenze tra il lavoro autonomo e quello dipendente sono molte. Cito proprio Banfi: «La vera sfida delle Partite IVA di seconda generazione oggi è proprio rispondere a queste due domande, facendo i conti con questo “soffitto di cemento”, ovvero con la sistematica rimozione dei costi nascosti (soprattutto dei costi sociali) che sono sempre in chiaro per il lavoro dipendente, ma invisibili nel lavoro autonomo. Sotto questo tetto ci si gioca professionalità e quotazione delle competenze». Inoltre il lavoratore dipendente viene pagato per le ore che lavora, ma non sempre questo è un calcolo possibile nel caso dell’autonomo. Se devo fare una revisione di contenuto di un libro sulla storia dei pastori abruzzesi nell’età di Giolitti, dovrò almeno passare qualche ora a leggere qualcosa e a fare qualche ricerca. Il tempo della formazione è tempo regalato?
Proprio per la debolezza del modello “comparativo” lo stesso autore ha prodotto un paper che si intitola Come farsi pagare. Modelli di costruzione del prezzo e cultura d’impresa nella relazione con il consulente. L’approccio è diverso e si basa più che altro sul livello di reddito che aspiriamo ad avere e su quanto valutiamo una nostra ora di lavoro. Il secondo approccio è molto più ostico e ci costringe a fare i conti con le grandi scocciatrici del nostro lavoro. Cito ancora Dario Banfi: «Di quali costi sto parlando? Per esempio, del tempo speso nel trovare nuovi clienti (azione commerciale); di quello impiegato a sistemare la contabilità (attività amministrativa); delle iniziative volte alla presentazione di se stessi in pubblico (pubblicità) e nelle relazioni sociali e di networking (relazioni pubbliche); oppure nella formazione e aggiornamento (lifelong learning). In pratica – e questo è un tema piuttosto conosciuto dal lavoratore autonomo – non esiste soltanto la produzione vera e propria, ma un insieme articolato di compiti e iniziative collaterali che consentono di proseguire l’attività nel suo complesso».

Le proposte di Dario sono rivolte a figure che non operano nel mercato editoriale, ma per quanto mi riguarda mi sono tornate utili per farmi un’idea un po’ più precisa dei meccanismi che intervengono. Insomma, per chi lavora da autonomo è sempre difficile trovare la quadra tra le aspettative del committente e le proprie necessità (io penso di sbagliare sistematicamente ancora adesso le valutazioni, le poche volte che mi trovo a redigere un preventivo) e soprattutto bisogna sporcarsi le mani con aspetti che esulano completamente dal proprio lavoro. Capire il secondo modello ci può aiutare a fare più attenzione ai costi nascosti e a capire se invece di correggere bozze ci converrebbe tinteggiare in nero gli appartamenti.

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3 commenti »

  1. Peccato aver scoperto il tuo blog solo ora, sono qualche anno in ritardo! Complimenti, comunque 🙂

    Commento di Bia — 28 febbraio 2014 @ 10:45 am | Rispondi

    • Grazie, se vuoi puoi seguirmi ancora su oppure qui

      Commento di alessandro — 28 febbraio 2014 @ 11:12 am | Rispondi

      • mi sono già iscritta al sito che indichi nel primo post, ti seguo volentieri. Se vuoi dare tu una sbirciata al mio blog sull’editoria… puoi immaginare di cosa parlo vedendo il titolo editoriaprecaria.wordpress.com 😉

        Commento di Bia — 28 febbraio 2014 @ 11:53 am


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